La scuola digitale del futuro non avrà più pareti. Perché l’aula sarà un luogo aperto dove si lavora insieme, professori e studenti, sfruttando la ricchezza del sapere condiviso nella rete per realizzare testi di studio anch’essi aperti al contributo di tutti. Con elaborati che poi vengono messi a disposizione di tutti gli altri, dentro e fuori lo stesso istituto, attraverso la “cloud”, la nuovola informatica che permette di condividere tutto.
Qualche crepa nelle mura polverose della vecchia scuola inizia a emergere. Già oggi capita in un liceo di Bergamo che una professoressa corregga le verifiche fatte in classe insieme agli studenti via Skype: «Io avviso i ragazzi della correzione, chiedo loro di tenersi disponibili, mi connetto e vediamo insieme le verifiche», spiega Dianora Bardi, docente di italiano e latino che fin dalla sua introduzione ha sposato il tablet come strumento chiave della nuova didattica in chiave digitale. È stata lei due anni fa ad avviare, al liceo scientifico Lussana di Bergamo, una sperimentazione innovativa che non si esaurisce nell’introduzione della tavoletta in classe come supporto al posto dei libri di testo tradizionali, ma che trasforma il tablet in una piattaforma per creare i testi scolastici con i ragazzi, coinvolgendoli direttamente e coniugando per una volta le competenze didattiche dei professori con quelle tecnologiche degli studenti. «Riempire le scuole di tecnologie o laboratori non serve – prosegue Bardi – se non sono supportate da un’adeguata formazione dei docenti e se lo spettatore rimane passivo: la didattica deve rinascere attorno a uno studente che sia davvero protagonista».
La professoressa ha capito immediatamente che il tablet poteva rappresentare la chiave di volta per scardinare la vecchia didattica. È partita con una classe abolendo del tutto i testi cartacei, sostituiti da tablet sempre connessi che hanno permesso di elaborare con gli studenti i nuovi testi su cui studiare: «Io fornisco le mie competenze, le spiegazioni, il quadro dell’argomento, le fonti da utilizzare, poi si decide insieme lo schema e i gruppi di lavoro: ognuno fa la sua parte e alla fine si mette insieme il risultato e si crea l’ebook. Lì sono loro che mi insegnano il metodo». Il risultato è, per esempio, un canto di Dante con tutte le note e le perifrasi del caso, che si apre con il testo recitato da Benigni in video e si chiude con i commenti dei principali autori, la declamazione di Gassman, la bigliografia e la sitografia del caso. Con la certezza che i ragazzi quei testi e quei video se li sono visti e studiati! Adesso le classi della sperimentazione sono dieci, per la prima volta una quinta si presenta alla maturità senza i vecchi testi – «ovviamente non ci sarà nessuna differenza rispetto agli altri studenti» – e intanto il liceo ha visto raddoppiare le richieste di iscrizione.
«La situazione cognitiva sta cambiando e di conseguenza dobbiamo cambiare il nostro modo di imparare e di insegnare», ha spiegato recentemente a Milano Derrick De Kerckhove, esperto di comunicazione digitale, commentando queste nuove sperimentazioni didattiche: «Lo spazio mentale tende a coincidere con lo spazio fisico grazie alla cloud: con l’ubiquità che questa ci garantisce, la collaboratività diventa sempre più rilevante al posto dell’individualità».
Con questa stessa logica si è evoluta rapidamente la sperimentazione di Bergamo, sfociata nella creazione del Centro studi Impara digitale che ha “modellizzato” la nuova didattica in modo da poterla riproporre anche ad altre scuole: il modello stesso sarà studiato e certificato dall’Università Bocconi. Al momento sono una trentina in tutta Italia gli istituti, statali o privati, che hanno aderito alla rete, tra cui anche i Salesiani di Torino che si ispirano a questo metodo per la nuova scuola della Juventus, primo club calcistico a istituirla al proprio interno. A settembre sono tutti pronti a partire con sperimentazioni simili, dopo un adeguato corso di formazione. Il cui obietivo non è fornire dei testi già fatti in formato digitale, ma insegnare ai docenti a costruire questi nuovi testi. «L’insegnante deve diventare un regolatore, una figura di mediatore tra il semplice “datore” di una materia e il maieuta – spiega il gesuita Eraldo Cacchione, che ha affiancato Dianora Bardi in Impara digitale -, e il tablet è lo strumento che può permettere di mediare tra queste due figure, aiutando il docente a costruire la conoscenza attraverso la regolazione del movimento della classe».
Il gruppo di insegnanti ed esperti tecnologi riuniti attorno a Impara digitale stanno mettendo a punto, con il contributo di WordPress, una piattaforma open source di cloud nella forma di software as a service, che andrà oltre il semplice file sharing di Dropbox permettendo di condividere le esperienze educative tra le diverse scuole, ma anche all’interno dello stesso istituto con un coordinamento verticale verso l’alto, con il preside che ha sotto mano costantemente la programmazione dei professori, e verso il basso, con il coinvolgimento diretto degli studenti. Ma la piattaforma è fatta apposta per facilitare un coordinamento multidisciplinare tra i diversi professori della medesima classe in unità di apprendimento trasversale. In questo quadro gli studenti intervengono in modalità wiki: ogni ragazzo contribuisce con le proprie competenze e il proprio sapere. Wikipedia Italia sta collaborando con la mappatura dei contenuti gratuiti disponibili in rete.
In questo modo «internet non è più visto come un nemico da lasciare fuori dalla scuola, ma diventa uno strumento per educare i ragazzi a costruire la loro conoscenza», prosegue Dianora Bardi. Il metodo stesso si presenta come aperto alle buone pratiche e alle esperienze che si vanno via via evidenziando. «È una didattica nuova, basata sulle competenze, sul “sapere nel contesto”, un modello che va imponendosi in Europa – continua padre Eraldo – e che mette al centro proprio lo studente». 
Al centro di un’aula che, grazie alla didattica rinnovata dalla tecnologia, non ha più pareti.