Obama e il suo staff sapevano che avrebbero vinto le elezioni presidenziali.
Certo, i sondaggi sono diventati sempre più accurati grazie al web, e servizi come quello dell’Huffingtonpost, che aggregano centinaia di sondaggi diversi, faziosi e non, danno un’idea molto precisa della situazione. 
Certo, Twitter è un’altra sorgente formidabile per monitorare il sentimento popolare, analizzando l’andamento dei tweet positivi e negativi riferiti ai due sfidanti: queste elezioni hanno visto il fiorire di molti termometri dell’opinione basati sui cinguettii, come quello di USA Today  o progetti più seri come il Tweet Meter sviluppato alla Northeastern University di Boston dal gruppo di David Lazer.
Certo, i dati (pubblici) delle donazioni ai due sfidanti sono un’altra spia della fiducia intorno alle candidature: l’infografica delle Money Bombs  (Video Cover) , sempre dovuta al gruppo di Lazer, rivela chiaramente le differenze nei due schieramenti, con Obama sostenuto da una miriade di piccoli contributi e Romney da pochi donatori molto generosi.
Ma il motivo vero per cui Obama, alla fine, era sicuro di vincere è da ricercare nei “big data” che solo il suo staff poteva analizzare: le registrazioni dell’attività dei volontari in tutto il Paese, organizzati attraverso il “cruscotto” dell’attivista. Questo social network  si è rivelato uno strumento decisivo non solo per organizzare la campagna (mettere in rete gli attivisti, diffondere il materiale politico, guidare il lavoro porta-a-porta, spronare la raccolta di fondi, organizzare piccoli eventi a livello di quartiere, …), ma anche per monitorare come stanno andando le cose – sia dal punto di vista dello staff di Obama, che da quello di ogni singolo partecipante. Ogni attività di ciascuno, ogni telefonata, ogni dato sul numero dei partecipanti a una riunione di condominio, ogni nuovo attivista che arriva nel social network, lascia traccia nel sistema e diventa, opportunamente aggregato a livello cittadino, di contea, di stato, informazione preziosa e tempestiva di come stanno andando davvero le cose. Insomma un potente strumento di auto-coscienza, individuale e collettivo, che ha finito per diffondere un clima di fiducia: ce la possiamo fare! E alla fine, era chiarissimo dal trend dell’attività sul cruscotto che Obama ce l’avrebbe fatta.
È questo uno dei tratti inaspettati del mondo che abitiamo oggi: l’opportunità di osservare da vicino e misurare il funzionamento della società attraverso i “big data”, le briciole digitali che le nostre attività quotidiane lasciano per effetto del nostro uso dei sistemi Ict. Briciole che registrano la nuda verità sui comportamenti individuali e collettivi con una precisione senza precedenti, in modo che le diverse dimensioni della nostra vita sociale trovano un’immagine riflessa nello specchio digitale: desideri, opinioni, stili di vita, movimenti, relazioni.
I nostri desideri, opinioni, sentimenti lasciano traccia nei social media a cui partecipiamo, nelle domande che facciamo ai motori di ricerca, nei tweet che inviamo e riceviamo, così come i nostri stili di vita lasciano traccia nei record dei nostri acquisti.
I nostri movimenti lasciano traccia nelle traiettorie disegnate dai nostri smart-phone e dai sistemi di navigazione delle nostre auto: è stupefacente osservare lo spettacolo della mobilità umana dalla prospettiva che i big data ci offrono oggi, un po’ come le prime immagini della terra vista dai satelliti negli anni 60. Questa  (Video GPS Octo)  ad esempio è una animazione delle traiettorie disegnate da decine di migliaia di auto equipaggiate con un ricevitore del segnale di posizionamento satellitare (Gps, Global Positioning System) nel territorio intorno alle città toscane di Pisa, Lucca e Livorno: lo scorrere del tempo ci racconta il risveglio delle città, il pulsare del territorio mentre i viaggi (in blu) si dipanano e le auto vanno a parcheggiare (in rosa) intorno ai luoghi delle nostre attività.
Quest’altra animazione  (Video GSM Orange)  ci racconta dei flussi di persone fra le diverse zone di Parigi, rilevate attraverso i dati delle chiamate di telefonia mobile durante un giorno speciale, la festa della musica: piccoli e grandi eventi musicali nelle piazze della città, gruppi di persone che si spostano da un luogo all’altro, mescolandosi con il ritmo quotidiano dei movimenti dei parigini e dei visitatori. La complessità, la diversificazione dei comportamenti, è evidente. E non solo i comportamenti individuali, anche le nostre relazioni sociali lasciano traccia nella rete dei nostri contatti telefonici e delle email e nei link di amicizia del nostro social network preferito. Possiamo cominciare a esplorare la rete di relazioni che costituisce la nostra società, il tessuto sociale e la sua robustezza o debolezza.
Il grafo dei  link di Facebook può darci un’idea concreta di cosa voglia dire l’espressione “quant’è piccolo il mondo” o di quanto effettivamente globale sia la società contemporanea, ma l’osservazione a livello microscopico delle reti che circondano ciascuno di noi, siano  reti di contatti telefonici o d’amicizia su FB, ci fa scoprire il fine ricamo delle comunità che ci circondano (comunità di familiari, amici, colleghi o quant’altro). Nel secolo scorso la scienza ha fatto passi da gigante nella comprensione dell’universo e del corpo umano, dell’infinitamente grande e dell’infinitamente piccolo; ha fatto invece passi da lumaca nella comprensione della società. Sappiamo quasi tutto sulla dinamica dei fenomeni celesti, sappiamo molto poco sulla dinamica dei fenomeni terreni, su perché e come si diffondono la fiducia, il benessere, la crisi economica, il consenso, la miseria, il degrado, la disuguaglianza. Il fisico Stephen Hawking pensa che il ventunesimo sarà il secolo della complessità sociale: la sfida più pressante e affascinante del nostro tempo è comprendere la complessità della società globale e interconnessa in cui abitiamo e in cui avvengono fenomeni di portata senza precedenti: la crescita tumultuosa di internet e del web, la facilità delle telecomunicazioni e del commercio globale, la sorprendente velocità e intensità con cui si diffondono notizie, epidemie, tendenze, crisi finanziarie, movimenti politici.
I big data sono lo strumento fondamentale per affrontare questa sfida, il nuovo microscopio che rende “misurabile” la società. Come la scoperta di ogni nuovo microscopio o telescopio nel passato, i big data stanno spingendo verso una nuova scienza dei dati, una sociologia quantitativa, computazionale, o social data mining, in grado di misurare e, in prospettiva, prevedere crisi economiche, epidemie e pandemie, diffusione di opinioni, distribuzione delle risorse economiche o energetiche, bisogni di mobilità. Attraverso esempi concreti, proveremo a mostrare in queste pagine come con i big data e il social data mining si possa rispondere a vecchie domande in attesa di risposta, o si possa formulare domande del tutto nuove, in grado di farci comprendere meglio il funzionamento della nostra società interconnessa.
Qual è l’atlante della mobilità di una città? Qual è la velocità con cui si propaga la prossima influenza? La felicità è contagiosa? E l’obesità? Qual è il trend della qualità della vita in un certo posto? Quali indicatori di benessere e felicità è meglio monitorare e prevedere? Il territorio delle nuove domande che il social data mining può suscitare è ampio e in larga parte inesplorato. Certo, bisogna tenere conto della qualità dei dati e della loro rappresentatività. Certo, bisogna essere consapevoli delle grandi opportunità così come dei nuovi rischi: occorrono tecnologie a sostegno della privacy, occorre un “new deal” sui temi della privacy, della trasparenza e della fiducia necessario per creare e accedere alla conoscenza dei big data come un bene pubblico per tutti. Certo, bisogna superare la fase attuale, in cui la maggior parte dei big data interessanti sono tutt’altro che “open” e se ne stanno chiusi nei database delle web corporations e degli operatori telecom. Certo, questi problemi – qualità, privacy e proprietà dei big data – sono decisivi, ne parleremo. Ma per oggi focalizziamo la nostra attenzione sull’orizzonte della conoscenza che i big data e il social data mining possono dischiuderci, e sulla necessità di educare una nuova generazione di “data scientists”, nativi dell’era dei big dati, in grado di raccogliere la sfida. Data scientist, quello che la Harvard Business Review ha recentemente definito come  “il mestiere più sexy del XXI secolo” , e che The Economist ha battezzato come una nuova professione che combina le competenze di informatico, statistico e narratore/artista, capace di estrarre le pepite d’oro e di conoscenza nascoste nelle miniere dei big data, e raccontare con parole e immagini le storie che queste pepite hanno da raccontarci.